Vipassana: la mia esperienza

Siamo in Thailandia! Bangkok è un paradiso di civiltà se paragonata all’India, e la nostra prima notte ci ha trovati sbalorditi per la comodità di un letto senza bozzi, una doccia fin troppo calda, un pavimento pulito, un frigorifero in camera con acqua fresca e tanti piccoli lussi di cui avevamo scordato l’esistenza. Ma la cronaca di questa nostra nuova destinazione sarà argomento del prossimo post.

Mi trovo qui oggi invece a scrivere dell’esperienza Vipassana: un corso intensivo di meditazione che da tempo era nella mia lista delle cose da fare.

Per chi non sapesse di cosa si parla, la meditazione è un esercizio di disciplina mentale che addestra ad avere un maggiore controllo del proprio cervello. Meditare aiuta a domare i pensieri, le emozioni, e insegna a non essere sopraffatti dai discorsi interni che affollano la nostra testa. Per fare una prova basta decidere di “non pensare a niente”. Non è facile.

Il nostro cervello è un database di ricordi e un simulatore di esperienze, quindi per sua natura, tende a vagare tra passato e futuro. Non ci sarebbe niente di male se non fosse che questo chiacchiericcio è, a tratti, fonte di disagio, desideri frustrati, paure, rancori, etc… che poi portano a conclusioni errate, decisioni controproducenti e pensieri dannosi. Non solo, spesso questo rumore di fondo preclude il piacere di godersi il famoso “qui e ora”.

Per limitare questo delirio mentale di cui siamo vittima esistono varie tecniche. Questi esercizi non sono fini a sé stessi, ma servono al benessere generale, un po’ come andare in palestra. Di solito si cerca di ancorare l’attenzione ad un punto di riferimento che può essere un’immagine (tipo un paesaggio, o un colore), o un oggetto (una candela, o una sfera), o un simbolo (i vari chakra, Dio, un’immagine religiosa), una parola o frase (un mantra, una preghiera), una sensazione (il proprio respiro, osservare il proprio corpo), un’emozione (la gratitudine, l’amore, la compassione)… o una combinazione delle precedenti. Sperimentando si può trovare il proprio strumento preferito. Io ho una visione un po’ elastica e considero ballare una forma di meditazione attiva, dove il punto di riferimento è la musica. O creare arte, o giocare, o fare sport, o lavorare, quando si è nel cosiddetto “flusso”. Ma nel senso stretto del termine ci si riferisce alla pratica da seduti (buona fortuna a farlo da distesi senza addormentarsi), senza ausili esterni.

Svuotare la mente senza ausili esterni non è semplice. Fare molta pratica aiuta. Lo scopo del centro è proprio questo, permettere di esercitarsi, guidati da un maestro.

Le numerose testimonianze consultabili su internet descrivono il soggiorno usando un vasto spettro di definizioni che spaziano da “esperienza che ti cambia la vita” a “indottrinamento settistico”. Non sapendo bene a chi credere mi è sembrato giusto approfondire la questione e partecipare ad uno di questi fantomatici ritiri spirituali per poter formulare la mia personale opinione.

Partiamo dai fatti:

Si tratta di un percorso di dieci giorni in una struttura ricettiva dedicata esclusivamente alla pratica di meditazione secondo la tecnica insegnata da S. N. Goenka. Vengono offerti gratuitamente vitto, alloggio e un video-corso, il tutto gestito da volontari in un ambiente esente da distrazioni.

L’organizzazione conta circa 150 centri nel mondo; noi siamo stati al Dhamma Setu, a Chennai, India. Quello italiano è in Toscana, a circa due ore di macchina da Firenze.

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Per dieci giorni è possibile sperimentare un assaggio di vita monastica, con le sue regole e i suoi orari. I partecipanti sono tenuti a rispettare il “Nobile Silenzio”, che prevede l’astensione da qualsiasi forma di comunicazione: è proibito parlare, gesticolare, scrivere, leggere. Questo mutismo volontario dovrebbe servire a precludere distrazioni e “impedirci di mentire” (che, per estensione, consiste anche nel costruire la maschera che indossiamo quando interagiamo con gli altri). Io ho trovato questa pratica incredibilmente liberatoria, tanto da augurarmi che in futuro possa essere indetta una giornata nazionale del silenzio. Oltre a creare un’atmosfera serena, pacata (e vagamente inquietante, ammetto), rinunciare al dialogo libera dal dovere di socializzare e di partecipare all’educato scambio di frasi di circostanza. Inoltre de-personalizza gli individui, che, impossibilitati ad esternare i propri pensieri diventano zombie vaganti, assorti nei loro pensieri. In contrasto, quando l’ultimo giorno il voto del silenzio è stato rotto la mensa comune è diventata un luogo rumoroso, caotico, rimbombante opinioni e storielle; le persone sono tornate eccessivamente loquaci e desiderose di chiacchierare esternando i propri molesti punti di vista e (orrore!) rivolgendomi la parola cercando di fare conversazione. Molti hanno considerato questo silenzio forzato una tortura alienante. Io ho assaporato questa condizione senza riserve, considerandola un’opportunità per stare da solo con i miei pensieri.

Il primo giorno ho consegnato smartphone e computer sapendo che da solo non avrei saputo trovare la disciplina per ignorarne la tentazione… e poi sono le regole, che vietano anche musica, libri, cibo esterno, sigarette, insomma qualsiasi cosa.

Uomini e donne sono separati per l’intera durata del corso. Ho trovato la divisione dei sessi in qualche modo vagamente romantica: potevamo intravedere le donne in lontananza, nascoste dalle siepi, vicine ma irraggiungibili e mi sono immaginato come poteva essere un amore di altri tempi, sostenuto solo da sguardi rubati e dalla delicata ricerca di impalpabili cenni di attenzione. Avrei preferito la compagnia di Juliette, ma a posteriori, quando ho saputo che lei non vedeva l’ora di uscire, sono stato contento di non essere stato distratto dal suo malumore. Che poi era un sentimento abbastanza diffuso tra gli studenti: dieci giorni non sono pochi e il sonno, la fame, la noia si sono fatti sentire. Anche per questo ci era richiesto di non comunicare: per non scoraggiarci a vicenda ma continuare a dedicare tutta la nostra attenzione dentro di sé “lavorando diligentemente, intelligentemente, pazientemente, costantemente” come ci ripeteva la voce registrata di Goenka. Questo mantra veniva ribadito ad ogni sessione, insieme alle istruzioni che venivano recitate con voce cantilenante e ipnotica in un inglese biascicato ma comprensibile.

Il programma ha previsto oltre dieci ore di meditazione al giorno, interrotte da colazione, pranzo e snack (niente cena), un filmato serale con gli insegnamenti e le considerazioni della giornata. Avevamo un paio d’ore di riposo durante le quali ci era concesso passeggiare lungo un viale alberato. Camminare avanti e indietro in un area circoscritta mi ha ricordato molto l’ora d’aria dei carcerati e l’ho sostituita prontamente con pennichelle ristoratrici. A seguire il programma completo:

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4:00 Sveglia
4:30 – 6:30 Meditazione individuale
6:30 – 8:00 Colazione e riposo
8:00 – 9:00 Meditazione di gruppo
9:00 – 11:00 Meditazione individuale
11:00 – 13:00 Pranzo e riposo
13:00 – 14:30 Meditazione individuale
14:30 – 15:30 Meditazione di gruppo
15:30 – 17:00 Meditazione individuale
17:00 – 18:00 Frutta e riposo
18:00 – 19:00 Meditazione di gruppo
19:00 – 20:30 Video discorso
20:30 – 20:00 Meditazione di gruppo
21:00 Collasso nel letto

Così per dieci giorni. Direi che è una roba intensa.

La tecnica è basata sull’osservazione del respiro e del proprio corpo. Facile da riassumere, difficile da comunicare. E credo valga la pena imparare tramite il corso. Volendo banalizzare il processo si tratta di analizzare gli stimoli senza esserne coinvolti. Gradualmente siamo stati istruiti ad osservare sempre più attentamente le nostre sensazioni e a cambiare posizione sempre più di rado. L’immobilità genera vari dolori in gambe, schiena, collo sempre più difficili da ignorare ma allo stesso tempo sempre meno coinvolgenti. Osservare senza giudicare. Noi non siamo il nostro corpo, ma lo abitiamo. La materia non esiste ma è una percezione. Solo noi siamo responsabili della nostra sofferenza. I concetti non sono originali ma sono veri. Accompagnati dalla pratica, rafforzati dalla ripetizione, e sottolineati dalla durata dell’esperienza secondo me lasciano un’impronta. Purtroppo può essere un’impronta negativa. Nel mio caso è stata positiva e so già che è un’esperienza che ripeterò sicuramente, ma è innegabile che ci siano tanti aspetti che risultano indigesti, primo fra tutti le cantilene in sanscrito ad inizio o fine sessione che sembrano non finire mai. L’insegnamento dogmatico di una dottrina che non lascia spazio ad interpretazione. Le teorie pseudo-scientifiche. Il lavaggio del cervello e l’insistenza su concetti basilari. Le regole severe. La fame. Ma nel complesso ho avuto un’ottima impressione, ho passato molto volentieri il tempo e mi è dispiaciuto andare via.

In breve, consiglio la partecipazione, gli insegnamenti sono validi, il metodo funzionale e pratico. Ma serve un po’ di elasticità, senza dubbio. Per informazioni sul centro in Toscana potete cliccare qui.

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