Nepal

phpthumb_generated_thumbnailjpgKathmandu è il mio sogno da quando ho letto Pasta di Drago; Silvana Gandolfi descrive questa città attraverso gli occhi di un occidentale in vacanza. Per una serie di circostanze conosce la Kumari Reale, la dea-bambina che viene venerata in Nepal. Insieme attraversano l’Himalaya alla ricerca di un’argilla ringiovanente … e niente, leggetelo che tanto è un libro per bambini e ci mettete un’ora. Questo paese mi è sempre stato nel cuore senza averlo mai conosciuto. E adesso eccoci qua, almeno per un’altra settimana, fino a quando non ci confermeranno (speriamo) il visto per l’India, prossima tappa del nostro viaggio.

Siamo in Nepal da poco più di due settimane e ormai ci siamo ambientati: abbiamo trovato la sistemazione definitiva, dopo un paio di ostelli con l’acqua marrone e alberghi dalla dubbia clientela. Adesso dormiamo all’ultimo piano di un hotel in una zona tranquilla: stanza deluxe, letto matrimoniale, bagno in camera, acqua calda, internet veloce. Prezzo: 3,34€ a testa a notte. Perfetto, finalmente. Puzzavo di capra, muffa, fritto e sudore e avevo bisogno di ritrovare le mie comodità. A differenza di Juliette che sembra sopportare meglio di me qualsiasi disagio. Tranne le sanguisughe giganti. Quelle l’hanno turbata, in effetti.

I primi giorni sono stati dedicati alla scoperta del cibo, esplorazione dei templi, perlustrazione di stradine… insomma, un po’ di sano turismo. Abbiamo assistito alla sfilata della Kumari in occasione del festival Indra Jātrā, socializzato con couchsurfer che hanno arricchito la nostra conoscenza della cultura locale… e abbiamo percorso qualche decina di chilometri tra periferia rurale e centro abitato. La città è colorata, caotica, sporca e rumorosa. Mi ha ricordato Delhi: vagamente molesta, estremamente stimolante, un tripudio di odori e brulicante di individui.

Tra gli eventi significativi, la ricerca del mio passaporto perduto. Molto divertente, sopratutto la denuncia di smarrimento alla polizia. Il consolato non mi ha consolato: senza passaporto DEVO tornare in Italia. Poi l’ho ritrovato nella fotocopiatrice del negozio di sim-card dove giaceva intoccato da giorni. Juliette non commenta: è ormai assuefatta alla mia stupidità.

E poi siamo andati a fare trekking.

Siamo nella patria delle vette più alte del mondo, tra cui l’Everest, Annapurna e varie montagne impronunciabili sopra gli 8000. Destinazione favorita di tutti gli appassionati dei paesaggi incontaminati, delle passeggiate all’aria aperta… alberi, cascate, fiumi. Un paradiso per un amante della natura come me, vero?

Che bello camminare per ore nella giungla, attraversare ponti sospesi, slogarsi caviglie su rocce instabili, guadare a piedi nudi fiumi ghiacciati… il cuore batte nel petto, gli occhi lacrimano, il respiro viene a mancare salendo di quota, mentre i muscoli bruciano sotto il peso dello zaino!

Scherzo.

È una merda.

I piedi fanno “ciaf ciaf” dentro le scarpe bagnate, le sanguisughe banchettano con le nostre caviglie. La natura ostile mi ricorda quanto io ami il mio divano e tutto ciò che esso rappresenta: la civilizzazione, la comodità, la sicurezza di un ambiente confortevole e accogliente. Siamo in bassa stagione, il che significa “stagione dei monsoni”. La nebbia offusca la visuale, la pioggia attacca i vestiti alla pelle, i fulmini mi bruciano uno dei due computer (R.I.P. MacbookAir…). La buona notizia è che almeno siamo da soli nella natura incontaminata. Sembra incredibile, ma da ottobre in poi i sentieri si riempiranno di migliaia di trekkers rendendo il paesaggio gremito di persone tipo Uffizi. Non scherzo: c’è la fila tra i monti. Quindi non rimpiango il periodo, ma il panorama tende ad essere nascosto da nuvole giganti e dense di umidità.

Fortunatamente il tempo è estremamente variabile, e, ad intervalli irregolari, il sole squarcia le nuvole regalandoci paesaggi mozzafiato (e insolazioni a sorpresa). La notte dormiamo in villaggetti Sherpa sparsi tra le montagne, modica cifra di zero euri (alla condizione di consumare cena e colazione). Il menù locale prevede dal bhat, l’equivalente nepalese del thali indiano: riso e zuppette di varia natura, in genere patate, lenticchie, verdure. Si mangerebbe con le mani, ma ormai le posate stanno diventando una consuetudine. La cosa un po’ mi dispiace visto che il cibo ha tutto un altro sapore.

Le stanze sono pulite e comode, sintomo di una crescente commercializzazione dei luoghi. Qualcuno giustamente critica l’eccessiva popolarità di queste mete, ma è un po’ un controsenso visto che te ne puoi lamentare solo da turista… contribuendo a tua volta a fare massa. Tutti vogliono essere gli unici a godere di questi paesaggi. Non è possibile. L’affollamento dei posti è proporzionale al loro valore percepito, e la montagna-più-alta-del-mondo attira gente. Ho visto lo stesso fenomeno sulla spiaggia di the Beach di Leonardo di Caprio, in Thailandia. Non è dissimile a miliardi di altre spiagge. Ma adesso sembra Rimini. E non è “un peccato”, perché questo flusso di persone genera ricchezza. Vuoi una spiaggia deserta? Esistono, sono tantissime, ma devi fare la fatica di cercarla. Se è menzionata da qualche parte non sarai da solo. C’è la fila sull’Everest. Nei fondali marini. Al polo. E si prevede che il turismo spaziale sarà un business per i prossimi anni ’30.

Va ricordato che il trekking è la principale fonte di introito del Nepal. I turisti portano soldi, che vengono spesi per infrastrutture, servizi, permettendo lo sviluppo che noi occidentali diamo per scontato da decenni. Pannelli solari per elettricità, acqua calda, internet, lavatrici. Molti viaggiatori preferirebbero che questi posti rimanessero ancorati al passato permettendo loro di fruirne l’atmosfera in tutta la loro pittoresca arretratezza. Ma trovo molto egoista questa pretesa. È importante salvaguardare cultura, tradizioni, usi, costumi, ma l’evoluzione è inevitabile.

Comunque. Il posto è bellissimo. Fa parte delle cose “indescrivibili, per cui le foto non rendono giustizia e Google non basta.”

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Ne vale la pena? La risposta é opinabile. Ho visto persone devastate dalla fatica, madri di famiglia e gruppi di cinesi arrancare stremati. Parte della bellezza del posto è anche data dallo sforzo dedicato per raggiungerlo, e, sinceramente, solo dal vivo è possibile percepire la maestosità degli 8000 metri. Ma è anche vero che ormai qualsiasi panorama è a portata di clic. A qualsiasi ora del giorno, con qualsiasi condizione atmosferica, senza fatica.

“Non è la stessa cosa”… molti affermano. È vero. Ma per me continua a vincere il divano 😉

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