Requiem for a dream

E ALLA FINE…

Sono a Kuala Lumpur. Fuori piove e posso finalmente dedicarmi a scrivere, selezionare le foto, montare video, raccogliere le idee. Sono passati quasi tre mesi dall’ultimo post e nel frattempo sono successe due miliardi di cose. Un miliardo e mezzo me le sono scordate. Il resto riempirebbe dieci libri.


Questa fiera dell’iperbole palesa la mia soddisfazione in merito alle esperienze accumulate in questa vacanza, durante la quale ho sperimentato picchi di estasi che difficilmente sono comunicabili a parole. I primi giorni passati sull’Isola sono un remoto ricordo, ma rileggendo l’entusiasmo con cui ne parlavo posso dire che le mie aspettative sono state superate oltre ogni immaginazione. Adesso posso confermarlo: finire sull’Isola è stata veramente una della cose migliori che mi sia capitata.

Eravamo arrivati durante il Ramadan, bassa stagione, pochi turisti… e tanto tempo per rilassarsi, fare bagni, immersioni, rotolare, e quant’altro ci si può aspettare da un’isola tropicale standard: giornate bellissime, ma che difficilmente ci avrebbero trattenuto sull’Isola più di qualche giorno. Ce ne saremmo andati presto, ma tutti ci invitavano a rimanere per la stagione turistica: “ne sarebbe valsa la pena”. Perplessi ma curiosi, abbiamo atteso la fine del Ramadan, che sarebbe terminato pochi giorni dopo il mio ultimo post. Guarda caso, non ho più avuto modo di mettere mano al sito. Non è stato più possibile dedicare tempo ad altro che al Beach Bar: la spiaggia è letteralmente esplosa di vita. E ogni singolo giorno si sono accumulate storie, su storie, su storie che documentare sarebbe stato impossibile.

Dicono che un giorno sull’Isola corrisponda ad una settimana di vita normale. Non è vero. È riduttivo. Ogni singola serata (e si parla di circa settanta serate) mi sono trovato ad affermare con assoluta convinzione che fosse stata la serata migliore della mia vita. Ed è incredibile perché chi mi conosce sa che raramente manifesto entusiasmo nei confronti della vita mondana. Ma non c’è stato un giorno uguale ad un altro.

Abbiamo discusso all’infinito su come potesse essere possibile sperimentare così tante variazioni sul tema, ma non abbiamo saputo rispondere… e ancora oggi, quando parliamo della nostra esperienza al Beach Bar la gente ci guarda interdetta e non capisce come abbiamo potuto stare così tanto tempo confinati in una striscia di terra lunga duecento metri dove effettivamente non c’è niente: giungla, agglomerati di bungalow, qualche ristorante e due bar.

La verità è che quando siamo diventati locals abbiamo maturato presto la consapevolezza di vivere dentro un universo parallelo, all’interno del quale potevamo fare quello che ci pareva. Il posto perfetto per dimenticare che esiste una vita normale. Il mondo di fuori sembrava insignificante. L’illusione di abitare dentro uno stereotipo cinematografico alla the Beach non mi ha mai abbandonato e la sensazione di estrema libertà, confidenza, spensieratezza che ho avuto in quei giorni non l’avevo mai provata prima.

Ma non solo quello. L’inclusione nella famiglia nel Beach Bar di persone come John, Guru, Mia, Dani, oltre a Nico, Maddie ha reso l’esperienza davvero indimenticabile. Persone fantastiche di cui potrei parlare per ore, con cui abbiamo passato la maggior parte del tempo. A loro devo molto, e senza la loro compagnia l’Isola non sarebbe stata la stessa. Sentirò la loro mancanza, ma sono sicuro che ci rivedremo, come infatti è poi successo in Indonesia. Ma questa è un’altra storia e la rimando ad un’altra sezione di questo post, che prevedo essere il più lungo di sempre. O forse no, visto che alcune cose è meglio NON scriverle.

Ricordo a fatica i primi giorni, durante i quali la mia preoccupazione principale era rastrellare pacatamente la spiaggia durante il tramonto; presto me ne sono disinteressato e ho cominciato ad investire quel tempo per allenarmi a roteare bastoni infuocati sentendomi un po’ Karate Kid… ignorando che sarebbe presto diventata una mia ossessione… nonché occupazione a tempo pieno. Esibirsi di fronte ad una spiaggia di turisti esaltati è stato un ego-boost notevole; non avrei mai pensato di poter diventare sufficientemente abile da raccogliere mance superiori allo stipendio giornaliero, né che la gente apprezzasse così tanto un’attività che io definirei una baracconata da centro sociale. Potevo perfino permettermi di dare lezioni improvvisate il pomeriggio, pretesto come un altro per farsi qualche amico/a, promuovere il locale ed attrarre gente. Non che ce ne fosse troppo bisogno, visto che il fireshow da solo radunava centinaia di persone intorno ai tavoli già stracolmi, riempiti con la collaudata tecnica dello shottino gratis alle persone di passaggio: un’allegro sistema che comunicava immediatamente lo spirito del bar… e di chi ci lavorava. Una media di venti brindisi l’ora. Più il resto.

Mi diverte molto ricordare quanto mi sembrasse “pieno” il bar ad inizio stagione. Sinceramente non credevo la spiaggia potesse ospitare delle feste così estreme: finito il Ramadan è arrivato DJ Franco, birmano, musica elettro-commerciale-hardcore-non-lo-so fino alle tre di notte su un impianto che immagino fosse l’unica strumentazione di qualità dell’Isola.

I bassi si sentivano da qualsiasi punto della spiaggia, facendoci odiare dai resort per famiglie, ma “che ci vuoi fare, è una party island” (?). Il che mi lascia un po’ perplesso, visto che le party islands sono ben altre, Ko Pha Ngan, Ibiza, Mikonos… dove i posti come il nostro riempiono le strade e si fanno concorrenza giorno e notte. Ma troppo cari. Troppa gente. Troppo commerciale. Troppo turistico. Alle Perhentians invece c’era questa atmosfera underground, un po’ selvatica, esotica, artigianale, vagamente intima, dove era possibile conoscere tutti, tant’è che quando abbiamo lasciato l’isola molti ci hanno fermati, in Indonesia, in Malesia. “…ma voi siete quelli del Beach Bar!”. Oh, yeah!

Ma alla fine la pacchia è finita, purtroppo. O Per fortuna. Non lo so. Siamo dovuti partire… per non perderci. Abbandonare l’Isola è stato traumatico e i primi contatti con il mondo esterno sono stati piuttosto spaesanti. Ho riscoperto internet. Il pavimento, le macchine, l’infinita scelta di prodotti. Le scarpe. I vestiti. La Costanza mi ha detto “sembri Tarzan che vede i pantaloni per la prima volta”. In effetti mi è sembrato strano radunare tutta la mia roba nello zaino, che non aprivo da oltre due mesi. Ma andava fatto. Siamo saliti sulla barca dalla quale avevamo visto andare via già molti amici. Il primo era stato Dani. Poi John, Mia, Guru. La stagione era proprio finita. Adesso eravamo noi che la gente salutava dalla spiaggia. E mentre l’Isola diventava più piccola dietro di noi qualcosa si scioglieva dentro di me. Non so spiegare la sensazione. È stato come svegliarsi da un lungo sonno, e scoprire che tutto quello in cui avevi creduto era solo un’illusione.
I giorni successivi sono stati un vagabondare in località turistiche con la Costi, venuta in vacanza a trovarci (salvarci?) pochi giorni prima. Penang, Malacca, aria condizionata e lenzuola pulite. Destinazione: Indonesia. Per raggiungere gli altri, riformare lo staff del Beach Bar e conquistare il mondo! O almeno tornare ad assaggiare quel senso di appartenenza e complicità che ci aveva legato sull’Isola.

Effettivamente io e Lapo non siamo stati molto presenti per almeno una settimana… sguardi persi nel vuoto, memorie dell’Isola ancora fresche (perdonaci Costi!). Ma eventualmente tutto passa. I capelli sono ricresciuti (niente male il taglio da mohicano, ma effettivamente fuori dall’isola l’aspetto da beach boy mi faceva sentire un po’ un disadattato, eh eh). Le ferite sono rimarginate, le bruciature sono guarite, i ricordi affievoliti, e lentamente siamo tornati alla realtà non solo col corpo ma anche con la mente. Abbiamo raggiunto John, Mia e Guru in Indonesia, ma non è stata più la stessa cosa. È stato bello rivedersi, ma mi è sembrato evidente che l’incantesimo si fosse spezzato e tutti avessero altro per la testa.

Abbiamo passato insieme qualche giorno a Banda Aceh, dove abbiamo sfidato le onde violente dell’Oceano Indiano. Avevamo la spiaggia tutta per noi, e ancora non riesco a spiegarmi come un simile paradiso potesse essere deserto.

Mi piacerebbe dire che ho imparato a surfare, ma invece ho solo rischiato la vita inutilmente, inghiottito dai flutti nel vano tentativo di cavalcare onde ch
e mi hanno frullato, scaraventato e denudato infinite volte. Ho dovuto riconoscere che il mare fosse decisamente troppo aggressivo per un pessimo nuotatore come me. Boccheggiando ho deciso fosse più saggio tornare a riva prima che qualche cavallone alto troppi metri mi trattenesse sott’acqua definitivamente. La perseveranza di Lapo invece gli ha permesso di domare più o meno qualche onda presa bene.

Comunque il posto era bellissimo ma siamo partiti subito. Abbiamo aperto tutti una nuova parentesi: Mia adesso è in Australia, John e Guru in Nepal, io e Lapo abbiamo passato un paio di settimane in Indonesia dove nuove avventure hanno contribuito ad archiviare l’Isola nel cassetto dei ricordi: funghi freschi su un’isola in un lago vulcanico, lezioni di Inglese a bambini indonesiani, autostop sotto il diluvio, invadente proselitismo di pastori protestanti.

Ci sarebbero da scrivere altri dieci post.Ma non si può scrivere tutto.

A volte si può solo vivere.

(Favio Bolo)

 

Annunci

Un pensiero su “Requiem for a dream

  1. E qui diluvia e tira vento, l'estate un s'è vista che per caso, e a leggere il tuo blog si rosica; ahahah se quando torni ti lamenti di qualsiasi cosa comprerò una mazza da baseball con su scritto felicità tutta per te!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...