Texas – breve cronaca

Ancora non ho capito bene come ho fatto a vincere una vacanza in Texas. Ma credo sia dovuto alla mia paraculaggine. Ormai sono “artista” e finché ci credono gli altri va tutto bene. Quando anche io inizierò a definirmi tale vi autorizzo a schiaffeggiarmi pubblicamente. E io la chiamerò “performance”, naturalmente.

 Texas - breve cronaca
La ragione per cui mi trovo a Nacogdoches (che ancora mi trovo a googlare per confermarne lo spelling) è una borsa di studio offerta dall’università, volo e alloggio compreso. Mica cazzi.
Vincere il concorso mi ha un po’ sconfortato: scegliere il sottoscritto è stata l’ennesima sconfitta del sistema, e la conferma di una mediocrità generale non indifferente. Evidentemente non c’era di meglio. Mah. Boh. Sono perplesso. Io ne approfitto e mi godo l’immeritata esperienza, insieme a Beatrice, anche lei selezionata per i suoi meriti artistici (dai, almeno lei è brava).
Comunque, ci hanno dato l’opportunità di studiare alla Stephen F. Austin State University… che poi “studiare” è un parolone visto che anche qua si gioca ad art-attack, fotografiamo le nuvole a forma di nuvola e si discute dell’influenza del triangolo nella leggibilità dei menù.
Tuttavia in America hanno qualche giocattolo in più: la struttura dispone di qualsiasi genere di laboratorio, che, se sei un artista, ti può decisamente servire: forni giganti, tipografie, stampanti 3D, laser-cut, ambienti specializzati per lavorare metalli, ceramica, legno, praticamente qualunque tipo di materiale. E la gente li usa, mica come da noi che la sala posa è piena solo il mese prima degli esami.
Schermata 2015-09-13 alle 11.01.28

 

I ragazzi hanno a disposizione anche degli studi privati dove possono dedicarsi al proprio lavoro, e sono seguiti periodicamente da professori in sessioni individuali durante le quali possono confrontarsi e dialogare dei massimi sistemi guardando un cubo dal titolo ambiguo.

20150910_102510

Devo però ammettere che molti lavori sono ben fatti, riccamente argomentati, e addirittura esteticamente guardabili. …che dovrebbe essere il minimo… invece dopo qualche anno di accademia ho imparato essere il massimo che ci si può aspettare da un giovane studente d’arte. Se poi i lavori sono anche originali vieni automaticamente considerato Picasso.

L’università è naturalmente esageratamente grande ed efficiente: i dormitori, i laboratori, la biblioteca, la palestra con parete da arrampicata, la piscina, i campi per qualsiasi sport (e intendo QUALSIASI: dal beach volley… allo squash). È tutto enorme, pulito e distribuito in un’area verde e pullulante di ragazzi. Insomma, uno dei tanti campus che siamo abituati a vedere nei teen-movie americani… ma dal vivo fa un po’ impressione.
Le lezioni finiscono alle 4:00, e il tempo che non passiamo a scuola lo occupiamo sopratutto mangiando e frequentando gente. La vita notturna è praticamente inesistente ad eccezione del fine settimana. I primi giorni abbiamo cazzeggiato un po’ con Andrew e i suoi amici nella casa dello studente.
Il problema è che nei dormitori non si può fumare, altrimenti ti cacciano. Per strada non si può bere, altrimenti ti arrestano. Per entrare in un bar devi avere 21 anni, che loro non hanno. La soluzione è prendere la macchina e guidare nella notte in una direzione casuale verso il niente, tanto la strada è dritta. Musica appalla, bere eccetera. E poi tornare indietro. Naturalmente se ci fermano è finita, ma noi giovani ribelli ce ne fottiamo delle regole, “però vai piano che non si sa mai”.
Per la fame chimica dell’una di notte non c’è problema: qua si mangia solo ai fast food a prescindere quindi l’America è il paradiso del giovane tossico, con una dieta a base di tacos come se non ci fosse un domani. Seratine divertenti, ma poi Andrew è partito e ci siamo dovuti arrangiare per trovare altra compagnia.
La città non offre particolari svaghi a parte una balera molto old-school. E no, qua non si balla la house. C’è solo musica country, e i balli di gruppo sono una normalità. Situazioni un po’ inquietanti che mi hanno profondamente turbato… ma un’autentica esperienza texana. E poi devi invitare le ragazze a ballare, che non aspettano altro. Non ho mai visto un invito rifiutato.

gif-banita

La gente si diverte ed è tutto molto spontaneo, un’atmosfera che ti fa quasi apprezzare persino la musica country. E finisci la serata con un po’ di numeri di telefono di tizie che avrei anche chiamato se non fossimo stati impegnati in eventi mondani di vario genere con professori-pittori-scultori, che per qualche misteriosa ragione avevano un profondo interesse a frequentarci.

Sarà che siamo giovani brillanti artisti italiani, e “non si sa mai, i contatti fanno sempre comodo”. Sarà perché hanno case giganti piene di arte… e che te ne fai di un coniglio gigante di ferro da diecimila euro se non lo ostenti con gli sconosciuti. Io approvo. E dall’anno prossimo mi metto a fare conigli giganti.

In queste due settimane abbiamo visto qualcosa tipo un miliardo di opere d’arte… in gallerie, mostre, musei, nelle case della gente, negli studi degli artisti. Veramente di qualsiasi tipo. Solo per documentare quelle ci vorrebbe un video di tre ore. Gite a Houston, a Fort Worth etc etc… molta, moltissima roba fica ma ce n’è una a cui mi tocca dedicare ADDIRITTURA qualche parola di descrizione.
Raramente ho il piacere di manifestare un sincero entusiasmo per qualcosa, ormai internet mi ha fottuto il cervello e sono assuefatto a qualsiasi robba… ma the Light Inside di James Turrel mi ha fatto godere.
È un tunnel. Ci entri dentro. E attraversarlo è un’esperienza sensoriale indescrivibile… anche se io cercherò di farlo. Come si vede dalla foto… è un corridoio. Blu. Che cambia colore.
La caratteristica che lo rende speciale è l’impalpabile presenza della luce che acquista una fisicità, impasta il cono visivo in una nuvola a-dimensionale, senza sfumature, annulla la profondità togliendo i punti di riferimento. C’è il rischio di cadere, non scherzo. È un’esperienza disorientante e incredibile, uno dei pochi casi in cui Google non basta. Ed è per questo che mi ha esaltato e commosso: non può essere vista, può solo essere esperita (eh, lo so, non è colpa mia, si dice così). Se vi capita di entrare in un’opera di Turrel non perdete l’occasione perché davvero vale la pena.
E poi, boh, basta, mi fa fatica scrivere che domani parto e devo fare le valigie… che tanto scrivo sempre le stesse cose: ci siamo divertiti bla bla, abbiamo imparato roba bla bla, allargato la nostra cerchia di conoscenze bla bla… insomma il solito.
20150913_165717
Nel complesso è stata un’esperienza migliore di quanto mi aspettassi.  È andata bene. Come sempre. Che poi basta uscire da Firenze che qualcosa ti rimane sempre. E anche questo fa curriculum… o, come dice David… another line on your résumé
Annunci